ANBI interviene sul dissesto idrogeologico: cosa si aspetta ancora?

29 Gennaio 2026 Off Di Redazione online
Francesco Vincenzi – Presidente ANBI

Si sta affrontando un tema difficile, che per ora è fatta di cronaca drammatica e di protezione civile, nel senso di emergenza: ma, ancora nulla, o quasi, per la prevenzione, che vuol dire, però, sapere bene cosa fare!
Abbiamo ricevuto una nota stampa di ANBI, l’Associazione Nazionale  dei Consorzi di Gestione e Tutela del Territorio e delle Acque Irrigue.

Grandi e piccole, quotidiane fragilità del suolo!


ANBI condivide grave preoccupazione, proprio su quella che potremmo definire l’incertezza nel prendere decisioni rapide e necessarie, per salvaguardare territori e vite umane ed afferma  questo concetto, così scrivendo ” Quante Niscemi dovranno accadere in un Paese, dove il 9.5% del territorio è ad alto o altissimo rischio di frana (fonte: Ispra), prima di assumere coscienza collettiva che un piano straordinario di manutenzione del territorio è la prima opera pubblica, di cui c’è bisogno?”

Il Presidente Francesco Vincenzi insiste nel proporre altri dati, che dovrebbero spingere chi di dovere a porsi il problema, senza ulteriori esitazioni : “Nel recente triennio quasi 7600 località italiane sono state interessate da tornado, piogge intense e grandine grossa (fonte: ESWD – European Severe Weather Database): Il dramma di Niscemi e della faglia di 4 chilometri, che sta ingoiando l’abitato di una cittadina di quasi 25.000 abitanti a seguito del transito del ciclone Harry sull’Isola, è il simbolo di un Paese fragile ed impreparato all’estremizzazione dei fenomeni meteo.

L’Osservatorio ANBI ha recepito altri dati, che dovrebbero già aver convinto le istituzioni e ogni altro organismo interessato, a muoversi in fretta:Secondo il più recente rapporto Ispra, degli oltre 900.000 fenomeni franosi, censiti nelle banche dati europee, 636.000 (oltre il 65%) sono in Italia, coinvolgendo un’area di 25.000 chilometri quadrati (8,3% del territorio nazionale).
Negli scorsi 30 anni se ne possono ricordare almeno 13 di elevata drammaticità dal Nord al Sud: Versilia (Toscana), Sarno e Quindici (Campania), Piemonte e Val d’Aosta, Val Canale (Friuli Venezia Giulia), Messina (Sicilia), Borca di Cadore (Veneto), Cinque Terre (Liguria) e Lunigiana (Toscana), Alta Val d’Isarco (Trentino Alto Adige), San Vito di Cadore (Veneto), Savonese (Liguria), Chiesa Val Malenco (Lombardia), Casamicciola (Campania); questi territori sono stati interessati da fenomeni a rapido cinematismo, che rappresentano il 28% delle frane italiane (quindi circa 178.000). In Italia, tra il 1974 ed il 2023, le vittime delle frane sono state 1.060, 10 i dispersi, 1.443 i feriti e 138.743 gli sfollati.

Attualmente gli italiani, che vivono in zone a rischio idrogeologico sono circa 8 milioni (mln. 1,28 per frana; mln. 6,8 per alluvione).

Massimo Gargano – Direttore Generale ANBI

Altri dati sull’attuale situazione idrogeologica, vengono descritti dal direttore di ANBI, Massimo Gargano: ” la sicurezza idrogeologica è  la condizione prima per ogni ipotesi di sviluppo del Paese.

Il territorio italiano, per il 75% collinare o montano, è morfologicamente fragile ed instabile soprattutto in presenza d’acqua; tale caratteristica è poi accentuata dall’inarrestabile incremento delle aree urbanizzate, non di rado anche su aree ad alto rischio idrogeologico. Questi elementi, unitamente al progressivo abbandono dei presidi umani nei territori alti e nelle aree interne, espongono sempre più la Penisola alle conseguenze della crisi climatica. Affermare il concetto di prevenzione civile è il necessario salto culturale, che dobbiamo fare come comunità”