Settembre Andiamo E’ Tempo di Migrare!
2 Settembre 2021
L‘Autore del Testo che vi proponiamo è Antonio (Tonino) Di Loreto. E’ nato a l’Aquila il 26 aprile 1953, vive a Pescara,con la moglie Alessandra e la figlia Federica. Laureato in Architettura,ha lavorato presso il Ministero dei beni Culturali,come esperto di Immagine. Comunicatore,scrittore,artista,ricordiamo il suo ultimo libro “Il Mio Nome è Gabriel D’Annunzio” e ne sta completando un altro su un altro,importante personaggio abruzzese,
Anni fa,ha realizzato un video documentario sulla Transumanza e pochi giorni or sono,aspettando settembre,gli abbiamo chiesto di condividere pensieri ed informazioni su questo antico mestiere che,pur con modalità,profondamente diverse,ancora esiste e resiste.

Ancor prima della nascita di Roma, nelle regioni centrali d’Italia si svolgeva un fenomeno migratorio stagionale di ovini che assunse nel tempo una dimensione così elevata da avere una grande influenza nell’economia e nello sviluppo sociale di quei territori.
Questo fenomeno assunse il nome di Transumanza e si svolse nell’arco di oltre duemila anni in cui si ripercorreva con stessi ritmi di vita e di percorsi, il tragitto che ogni mese di ottobre, dal Lazio, dall’Abruzzo e dal Molise, impegnava centinaia di migliaia di pecore ed una moltitudine di addetti alla custodia ed alla guida delle greggi che avevano il compito di guidare e proteggere le greggi fino alla Puglia per trascorrere la stagione fredda fino al maggio successivo, quando si affrontava l’itinerario inverso per il ritorno nei pascoli montani di origine.

Nel museo della chiesa della SS. Trinità di Sulmona è ancora oggi conservato un bassorilievo di epoca romana dove è scolpita una scena di vita quotidiana pastorale ed al museo del Louvre a Parigi è esposto un quadro dipinto nel diciottesimo secolo dove sono raffigurati cani da pastore abruzzese intenti a difendere un gregge di pecore.
In Abruzzo si concentrava la gran parte della ricchezza numerica di pecore e pastori. La regione ha subìto, nell’arco di questo lungo periodo storico, una influenza così radicata da identificarsi, come territorio, al fenomeno stesso. Percorsi stradali, luoghi di culto, ritualità, tradizioni e la stessa economia regionale sono stati assorbiti almeno in parte da questo fenomeno che ha lasciato un’impronta definita e costante le cui tracce sono ancora visibili e presenti.

Gli uomini che componevano il personale di lavoro che praticava la transumanza erano divisi da una rigida gerarchia funzionale al tipo di mansione svolto; i massari (uomini di fiducia del proprietario del gregge) su tutti, percorrevano il tragitto a cavallo, poi i pastori, i pastoricchi (giovani scapoli collaboratori dei pastori), i butteri (responsabili di cavalli, muli e asini), i butteracchi (ragazzi aiutanti dei butteri), i carosatori (si occupavano della tosatura delle pecore), i cascieri (addetti alla produzione del formaggio pecorino), gli scapoli ( si occupavano dei collegamenti con i centri abitati che venivano costeggiati durante il tragitto) e per finire, all’ultimo grado della gerarchia di lavoro, i guaglioni, ragazzi molto giovani che svolgevano i compiti più umili.

La vita del pastore era durissima: durante la transumanza, la giornata di lavoro iniziava di regola alle 4,30 del mattino, dopo aver dormito su un giaciglio provvisorio chiamato “saccone” che consisteva in un sacco di tela grezza riempito di paglia. Durante la notte, poi, il breve riposo era interrotto dalle ispezioni notturne per controllare che non avvenissero furti di bestiame o assalti di lupi.
Alla sveglia seguiva la mungitura fino alle 8,30, poi una colazione composta da pancotto, pane e formaggio o lardo di maiale. Finita la colazione, si partiva con il gregge dopo aver preparato lo “sparone”, un grosso fazzoletto dove si riponeva la merenda da consumarsi durante il resto della giornata. Il corredo del pastore si completava con un grande ombrello poggiato dietro la schiena ed un bastone in legno di ornello chiamato “pirocca” usato per governare ed indirizzare le pecore durante il tragitto.

Quando arrivava la sera, si ritornava nello “stazzo”, il recinto dove venivano ricoverate le pecore per la notte, ma la giornata non era finita; si procedeva ad una seconda mungitura ed il latte veniva versato nel “caccavo”, un grande recipiente in metallo.
Così per tutti i giorni e per tutte le notti, fino al momento di ritornare a casa. Quel giorno rappresentava il compenso per tutte le fatiche affrontate, insieme ad un magro guadagno da riportare alla famiglia.
Non meno gravoso il compito della donna che, sposatasi intorno ai vent’anni, rinunciava alle piccole ritualità della sua condizione giovanile per affrontare la nuova condizione di moglie e di madre con tutto il carico di incombenze quotidiane che ne derivavano.

Tutto questo piccolo universo è andato scomparendo con il progresso, la tecnologia, le migliori condizioni economiche e di vita, ma resta la memoria di una condizione millenaria che ha profondamente inciso sulla vita, sul carattere e sull’economia di un territorio grande quanto un terzo d’Italia. La civiltà della transumanza fu definita la civiltà del dolore e della speranza, con evidente riferimento al bagaglio di sacrifici, privazioni e sofferenze sopportate dagli uomini che ne facevano parte integrante, insieme alla continua presenza di una certa forma di riscatto che scaturiva dalla dignità con la quale veniva affrontata questa esistenza e da una religiosità che si modellava intorno ad un bisogno, ad un’esigenza di trovare nel divino la forza di sperare nel domani e nel futuro, per sé e per la propria famiglia.
Tanto ci sembra lontano nel tempo questo mondo passato, ma tanto ci è ancora vicino attraverso monumenti religiosi, feste e ritualità ancora vive e presenti all’interno della regione ed infine traspare ancora in filigrana un certo carattere abruzzese ancora presente nonostante il rapido mutare dei tempi; solido, tenace, paziente, dignitoso.
Antonio Di Loreto